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Vincenzo
Napoli aveva 25 anni ed era un piccolo esercente di Licata in
Sicilia; Afro
Tondelli era fuochista a Reggio Emilia dove vivevano anche gli
operai Ovidio Franchi,
Emilio Reverberi,
Lauro Ferioli e
Marino Serri.
Invece il mastromuratore Andrea
Vella e il giovane manovale disoccupato Andrea
Gangitano erano di Palermo, mentre il ventiduenne Salvatore
Novembre era un disoccupato di Catania. Nomi sepolti
dall'oblio, ma quarant'anni fa destarono una commozione simile e diversa
da quella che oggi suscita Carlo
Giuliani.
Era il 30 giugno 1960 quando a Genova si aprì il congresso del Movimento
sociale italiano, partito da cui è nata l'attuale Alleanza nazionale. Dal
29 aprile di quell'anno sedeva a Palazzo Chigi Ferdinando
Tambroni, il cui governo aveva ricevuto la fiducia grazie
all'appoggio esterno dei fascisti. Genova è un città profondamente partigiana.
Così il 30 giugno la Camera del lavoro di Genova proclama uno sciopero
generale dalle 14 alle 20. Alle 15 e 30 partì il corteo, centomila
persone. Gli scontri scoppiano improvvisi alle 17 e 30 dopo i discorsi
ufficiali. Le camionette della polizia vengono date alle fiamme; i mitra
strappati ai poliziotti e gettati su un grande rogo in Piazza De Ferrari:
80 agenti sono contusi, 36 feriti, i fermati una sessantina, i feriti
civili in numero imprecisato".
Scioperano anche Milano, Livorno, Ferrara. Dopo vari tira e molla, i
missini accettano di spostare il congresso da Genova. Ma il governo Tambroni
cerca la rivincita.
Martedì 5 luglio a Licata il sindacato proclama lo sciopero generale
contro la disoccupazione, la miseria e contro... lo spostamento di una
centrale termoelettrica a Porto Empedocle. Gli scioperanti occupano la
stazione ferroviaria, bloccano il traffico. Verso sera la polizia apre il
fuoco, uccide il 25-enne Vincenzo
Napoli. Altri 24 scioperanti rimangono feriti.
Il giorno dopo Roma.
Nonostante il divieto del prefetto, un gruppo di deputati del Pci e del
Psi si reca a Porta san Paolo a deporre due corone alla lapide che ricorda
i combattimenti del settembre 1943. Gli squadroni a cavallo caricano i
deputati, ne trascinano alcuni per terra, ne feriscono altri, altri ancora
sono manganellati.
L'indomani, 7 luglio,
gli operai delle "Officine di Reggio Emilia" protestano
contro il pestaggio di un ragazzo da parte della Celere. Il
pomeriggio 350 "celerini" armati di mitra e pistola
affrontano così 300 operai in camicia. La prima jeep schiaccia Afro
Tondelli, Subito dopo comincia la sparatoria e rimangono a
terra: Ovidio Franchi
ed Emilio Reverberi,
Lauro Ferioli e
Marino Serri.
L'indomani 8 luglio, poche centinaia di persone si riuniscono davanti al
Politeama di Palermo. La polizia carica, i dimostranti rispondono a
sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Andrea
Vella e Andrea
Gangitano. Nello stesso giorno a Catania la polizia spara:
muore Salvatore
Novembre .
L'unica consolazione, se tale può dirsi, è che il
19 luglio cade il governo Tambroni.
Non sarà l'ultima volta che la polizia ucciderà un dimostrante: appena
due anni dopo toccherà Giovanni
Ardizzone schiacciato da un'altra camionetta della Celere. E
poi Avola, Battipaglia, Serantini,
Saltarelli,
Varalli,
Franceschi
e così via per altri sedici assassinati, fino a Giorgiana
Masi (1977).
Ecco, dopo 24 anni ci eravamo dimenticati della
violenza di stato e delle brutalità poliziesche. Quasi quasi, prima di
vederli in tenuta antisommossa, li avevamo perfino presi per una specie di
servizio sociale.
In un certo senso, il comportamento del ministro Scajola
e dei suoi prefetti rimette le cose a posto, pone fine a un'amnesia durata
tutti questi anni. Perché è vero: no ricordavamo quanto bieche, stupide
e maramalde potessero essere le forze repressive dello stato, ma loro si
sono dimenticati di un fattore ancora più fondamentale, e cioè che
niente favorisce la crescita di un movimento quanto la vile angheria e la
repressione cieca.
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