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19
anni
Napoli
21 febbraio 1973
Manifestazione popolare della sinistra studentesca.Un
corteo di centinaia di compagni percorre le vie della città.
In coda al corteo sono i "comitati di lotta".
Polizia e carabinieri, agli ordini del vice-questore Olivieri, attaccano i
manifestanti.
Le cariche sono furibonde, le forze dell'ordine danno
luogo a pestaggi indiscriminati e fanno anche largo uso dei candelotti
lacrimogeni.
Uno di questi sparato ad altezza d'uomo, colpisce in
pieno lo studente Vincenzo Caporale di 19 anni, aderente al PCmI.
Caporale, colpito alla testa, morirà l'indomani in
ospedale per emorragia cerebrale
L'Aggiornamento di Goffredo De Pascale da
su
segnalazione di agnese
SALERNO.
«Sono vivo e vegetariano». Con una e-mail inviata a Diario, una delle
«vittime» segnalate nel numero La meglio gioventù – accadde in Italia
1965-1975, «sfata la notizia» della sua morte e racconta come è finito in
coma, come ne è uscito e come lentamente ha ripreso a vivere, forte ancora
delle idee che sosteneva quand’era un ragazzo diciannovenne. Oggi Vincenzo
Caporale lavora come direttore sanitario alla Asl 2 di Salerno dove ha messo
a punto un piano di riorganizzazione che mira alla qualità della vita delle
persone e non insegue continui incrementi di prestazioni. Sorriso aperto,
corporatura media, sguardo vispo, parla pacatamente anche del passato, di
quando una trentina d’anni fa era a capo dei Comitati di lotta studenteschi
di Napoli e provincia e al termine di una manifestazione fu colpito alla
testa con il calcio di un moschetto.
«Alcuni mesi fa», racconta divertito Caporale, «anche Panorama ha pubblicato
un articolo in cui mi si dava per morto. La sera del 21 febbraio del 1973 il
telegiornale diede la notizia che ero in coma profondo con un
elettroencefalogramma quasi piatto. Le mie condizioni erano disperate e
quindi nessuno pensò che ce l’avrei fatta». L’indomani i giornali riportano
ampie cronache: la sorte dello studente napoletano è segnata (un suo
conoscente ricorda che i compagni osservarono perfino un minuto di silenzio,
per onorare la memoria del caduto). Poi più nessuno si occupa di lui,
nemmeno i quotidiani locali. Il suo ritorno alla vita, l’anno successivo,
coincide con la crisi dei Comitati e la decisione di Caporale di lasciare il
Movimento. L’assenza dalla sfera pubblica alimenta l’equivoco fino a oggi.
Se si inserisce, infatti, il suo nome per un ricerca su internet, il
verdetto appare univoco: ucciso dalla polizia durante una manifestazione.
Alla fine degli anni Sessanta, Caporale frequenta il IV liceo scientifico a
Fuorigrotta. È la zona del Politecnico e dello scalo ferroviario di Campi
Flegrei con un attivo Dopolavoro, a pochi passi dalla Bagnoli operaia delle
acciaierie Italsider. In quel quartiere cresce politicamente. Il padre
lavora all’Azienda di Stato per i servizi telefonici, la madre è casalinga.
«Nel 1973 il clima era molto teso», ricorda. «Da qualche mese i socialisti
erano usciti dal governo e il centrodestra era tornato al potere. Ci furono
manifestazioni in tutta Italia contro la politica di aggressione portata
avanti dal governo, come per esempio il fermo di polizia». Studenti e
pensionati restano vittime durante le manifestazioni. In una, organizzata a
Milano il 23 gennaio, dinanzi alla Bocconi viene ucciso – da un colpo di
pistola sparato da un poliziotto – Roberto Franceschi. «Ci furono
manifestazioni ovunque, e venne indetto uno sciopero nazionale delle scuole
e delle università dalla sinistra extraparlamentare a cui parzialmente aderì
anche la Fgci, almeno in quelle realtà dove era più coinvolta nel Movimento,
mentre in altre non esitò a prenderne ufficialmente le distanze».
SI TEMEVANO PROVOCAZIONI. La palazzina dell’Asl, moderna, pulita e
ben tenuta è al centro di Salerno, a due passi dal vecchio stadio Vestuti
abbandonato nella stagione di gloria (la serie A) della squadra di calcio
locale per un impianto più grande e periferico. Nell’ufficio del direttore
sanitario, su una parete campeggia una cartina dettagliatissima della città
e dei centri abitati limitrofi. L’Azienda conta cinque ospedali e otto
distretti con numerosi poliambulatori disseminati in 38 Comuni,
un’estensione territoriale che si spinge a Nord fino alla provincia
Avellinese e a Sud fino al Cilento e al confine con la Basilicata, abitata
da circa mezzo milione di persone. Sul muro dietro la poltrona di Vincenzo
Caporale fanno bella mostra il colorato «Calendario storico della Guardia di
Finanza» e quello più austero dei Carabinieri.
«La sera prima della manifestazione del 21 febbraio», racconta, «tenemmo una
riunione per decidere se dovevo o meno partecipare: circolavano voci su
possibili intimidazioni o provocazioni da parte della polizia e si temeva
che queste potessero essere mirate contro di me. Alla fine decisi che sarei
andato. Eravamo in 15 mila. Il raduno era a piazza Garibaldi, davanti alla
stazione centrale. Il corteo attraversò l’intero corso Umberto, giunse in
piazza Municipio per fermarsi in piazza Matteotti. Si protestava contro
l’uccisione di Franceschi e contro il fermo di polizia. Non era previsto un
comizio finale se non la lettura di qualche comunicato e di una lettera di
Mario Capanna. Una prima parte del corteo era già arrivata a destinazione,
un’altra stava passando dinanzi alla Questura quando le jeep della polizia
iniziarono una serie di caroselli e il lancio di lacrimogeni. Fino ad allora
non era successo nulla. A un tratto, la polizia iniziò a caricare e non si
limitò a disperdere i manifestanti, ma inseguì gli studenti fin dentro i
vicoli dei Quartieri spagnoli. Io stavo a piazza Matteotti. Cercavo di
recuperare il servizio d’ordine e di mantenere la calma. Sulla scala della
posta centrale io e altri due o tre vedemmo arrivare un gruppetto di quattro
o cinque poliziotti e provammo a raggiungere l’ingresso del palazzo, ma fui
colpito alle spalle, caddi a terra carponi e mi colpirono alla testa. Persi
conoscenza».
UN MANOSCRITTO INCOMPIUTO. In seguito, con l’idea di scrivere un
libro sulle sensazioni che si affastellano nella mente di una persona che è
stata in coma profondo, Caporale ha più volte cercato di fissare su carta
quei momenti. Poi ha desistito e ha gettato il manoscritto.
«Ho un’immagine molto nebulosa dell’interno dell’ufficio postale e il
ricordo di un suono molto lungo. Probabilmente qualcuno mi ha tirato dentro,
qualcun altro deve aver fermato un automobilista che mi ha trasportato al
pronto soccorso. Il rumore forse era quello provocato dalla macchina durante
il tragitto. Come medico una spiegazione poi l’ho trovata: si è trattato di
un’amnesia retrograda dovuta al trauma cranico. Poco dopo è arrivato mio
padre. Il neurochirurgo gli disse che l’unica possibilità di sopravvivenza
era di sottopormi a un intervento di decompressione cranica. Le condizioni
erano disperate: ero in coma profondo con un elettroencefalogramma quasi
piatto. Colpito con il calcio di un moschetto, ho avuto lo sfondamento della
base cranica, rottura della dura madre – due episodi rarissimi perfino negli
incidenti stradali – ematoma extradurale, contusione e lacerazione del
cervelletto e contusione del tronco encefalico. L’intervento sostanzialmente
è consistito nell’allargamento di questa breccia ossea per evitare che si
potesse determinare un’ipertensione endocranica tale da compromettere
ulteriormente un quadro già delicato; poi hanno proceduto alla ripulitura
del cervelletto dove c’erano pezzettini di cranio, asportazione di materiale
cerebellare – fortunatamente non mi è stato asportato alcun nucleo
cerebellare per cui il controllo delle funzioni è rimasto anche se non avevo
più né equilibrio né coordinamento, ero atassico insomma. Oggi ho
ventiquattro centimetri quadrati di cranio in meno. Ero in respirazione
automatica e dalla cartella clinica ho letto che ho avuto anche un arresto
cardiaco nelle prime 24 ore, e 48 ore dopo mi fu praticata la tracheotomia».
Qualche lieve miglioramento sembra essere incoraggiante anche se dovranno
trascorrere un paio di settimane prima che il giovane studente esca dal coma
profondo e poi altre due ancora per vederlo riprendere conoscenza. «Impiegai
più di una giornata nel rendermi conto che la persona che stava in quel
letto ero io, che io ero Vincenzo Caporale e che Vincenzo Caporale era lo
studente che aveva partecipato alla manifestazione. Associare me nel letto
immobile alla mia identità e a ciò che era avvenuto fu veramente difficile».
Il ragazzo ha il lato destro paralizzato e non riesce a muovere la testa. I
genitori di Vincenzo si danno un gran da fare per ottenere un posto alla
riabilitazione dell’ospedale Niguarda di Milano, all’epoca uno dei pochi
centri a cui erano annessi sia la rianimazione che la neurochirurgia. «In
aprile, con l’ambulanza mi portarono in aeroporto – ero su una sedia a
rotelle – e a Milano c’era ad accogliermi l’assessore alla Sanità Carlo
Tognoli (il sindaco era Aldo Aniasi). Qualche settimana dopo riuscii a
tenermi in piedi con il deambulatore. Alle sei del mattino, alla sveglia nel
reparto, mi facevo aiutare dagli infermieri e cominciavo ad andare su e giù
per i corridoi fino alle 9 quando apriva la palestra e affrontavo gli
esercizi di riabilitazione». Parla pacatemente, l’espressione è seria, ma
senza pieghe di sofferenza. La guarigione, col tempo, gli ha disteso il
volto. «Facevo progressi e a maggio mi dimisero: pesavo quaranta chili.
Andai in convalescenza ad Atena Lucana, il paese d’origine dei miei, in
collina, al confine tra il Salernitano e il Potentino, dove restai a lungo.
Era un centro molto tranquillo, ma non riuscivo a camminare in strada da
solo e non potevo girare la testa: se lo facevo perdevo l’equilibrio e
spesso ero assalito da atroci mal di testa che mi hanno tormentato per
anni».
La posta centrale di Napoli ospita anche l’emeroteca Tucci, una delle più
antiche e fornite. Nell’articolo sulla manifestazione pubblicato in prima
pagina dal Mattino il 22 febbraio 1973 vengono riportate le versioni
contrastanti rese prima dal vicequestore e poi dal questore. Si dice di un
gruppo di manifestanti che si sarebbe avvicinato al vicequestore e ad alcuni
agenti rivolgendo loro «slogan offensivi» come «polizia fascista» e che,
quindi, «tutto lasciava presupporre che di lì a poco li avrebbero
aggrediti». «Si è sentito un colpo di pistola, forse una scacciacani», giura
invece il questore, «lo scoppio ha determinato un clima di tensione tra i
manifestanti che hanno iniziato una sassaiola contro la polizia a cui gli
agenti hanno risposto». Le testimonianze ufficiali sono «diverse e
contrastanti», scrive il cronista Ciro Paglia, «ma», aggiunge, «da esse
trapela che gli scontri potevano essere evitati». In ospedale, con ferite
lacero-contuse da manganello, finisce anche Vincenzo Biancolillo, allora
studente ventiquattrenne, oggi medico. Le indagini vengono affidate al
sostituto procuratore Italo Ormanni.
«La maggior parte delle testimonianze fu resa spontaneamente», riprende
Vincenzo Caporale. «Persone che stavano nell’ufficio postale, ma anche
funzionari della Provincia, la cui sede è proprio in piazza Matteotti, si
recarono dal giudice per raccontare quanto era accaduto. L’istruttoria fu
chiusa con un non luogo a procedere solo perché non era stato identificato
l’ignoto agente di pubblica sicurezza che aveva inferto il colpo con il
calcio del moschetto. Subito dopo la sentenza, intentai una causa civile
contro il ministero dell’Interno per le responsabilità oggettive. Ottenni un
risarcimento danni di poche decine di milioni di lire, sufficienti per
coprire le spese sostenute dai miei che, tra l’altro, mi avevano seguito a
Milano nel periodo della riabilitazione».
LE IDEE RESISTONO. Alla fine del 1974 il movimento studentesco inizia
a sfaldarsi, Caporale che ha ripreso gli studi (si laurea in Medicina, si
specializza in igiene e prevenzione) lascia il gruppo ma porta avanti le sue
idee. Lo fa successivamente anche nell’attività professionale quando,
assieme ai colleghi delle guardie mediche, crea un sindacato e firma nel
1980 con il ministro della Sanità Aniasi, il primo contratto di categoria.
La tappa più recente di questo percorso lo vede impegnato a realizzare nel
2004 con l’Asl 2 di Salerno il «Day-service», ossia la possibilità di
effettuare nello stesso giorno e in una stessa struttura tutti gli esami
prescritti da un medico di base al paziente, facendo in modo che la persona
venga seguita da un sanitario che verifichi e coordini in tempo reale la
necessità e i risultati degli accertamenti. «Non dobbiamo mai perdere di
vista le persone, e l’assistenza va continuamente ridisegnata secondo le
necessità sociali», dice con un sorriso Vincenzo Caporale, sperimentando
così nel Salernitano un modello opposto alla concezione lombarda della corsa
all’aumento dell’offerta. Perché la meglio gioventù ha la pellaccia dura...
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