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19
anni
Napoli
21 febbraio 1973
Manifestazione popolare della sinistra studentesca.Un
corteo di centinaia di compagni percorre le vie della città.
In coda al corteo sono i "comitati di lotta".
Polizia e carabinieri, agli ordini del vice-questore Olivieri, attaccano i
manifestanti.
Le cariche sono furibonde, le forze dell'ordine danno
luogo a pestaggi indiscriminati e fanno anche largo uso dei candelotti
lacrimogeni.
Uno di questi sparato ad altezza d'uomo, colpisce in
pieno lo studente Vincenzo Caporale di 19 anni, aderente al PCmI.
Caporale, colpito alla testa, morirà l'indomani in
ospedale per emorragia cerebrale
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Diario del
28 febbraio 2008
| Vincenzo è vivo (e lotta
con noi) |
| Lo avevamo dato per morto ne «La meglio
gioventù»: non era vero. Ma Caporale ci è abituato, gli capita
spesso. Da quando, nel 1973, a Napoli, gli ruppero la testa |
| di Goffredo De Pascale |
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SALERNO.
«Sono vivo e vegetariano». Con una e-mail inviata a Diario, una
delle «vittime» segnalate nel numero La meglio gioventù – accadde in
Italia 1965-1975, «sfata la notizia» della sua morte e racconta come è
finito in coma, come ne è uscito e come lentamente ha ripreso a vivere,
forte ancora delle idee che sosteneva quand’era un ragazzo
diciannovenne. Oggi Vincenzo Caporale lavora come direttore sanitario
alla Asl 2 di Salerno dove ha messo a punto un piano di riorganizzazione
che mira alla qualità della vita delle persone e non insegue continui
incrementi di prestazioni. Sorriso aperto, corporatura media, sguardo
vispo, parla pacatamente anche del passato, di quando una trentina
d’anni fa era a capo dei Comitati di lotta studenteschi di Napoli e
provincia e al termine di una manifestazione fu colpito alla testa con
il calcio di un moschetto.
«Alcuni mesi fa», racconta divertito Caporale, «anche Panorama ha
pubblicato un articolo in cui mi si dava per morto. La sera del 21
febbraio del 1973 il telegiornale diede la notizia che ero in coma
profondo con un elettroencefalogramma quasi piatto. Le mie condizioni
erano disperate e quindi nessuno pensò che ce l’avrei fatta». L’indomani
i giornali riportano ampie cronache: la sorte dello studente napoletano
è segnata (un suo conoscente ricorda che i compagni osservarono perfino
un minuto di silenzio, per onorare la memoria del caduto). Poi più
nessuno si occupa di lui, nemmeno i quotidiani locali. Il suo ritorno
alla vita, l’anno successivo, coincide con la crisi dei Comitati e la
decisione di Caporale di lasciare il Movimento. L’assenza dalla sfera
pubblica alimenta l’equivoco fino a oggi. Se si inserisce, infatti, il
suo nome per un ricerca su internet, il verdetto appare univoco: ucciso
dalla polizia durante una manifestazione.
Alla fine degli anni Sessanta, Caporale frequenta il IV liceo
scientifico a Fuorigrotta. È la zona del Politecnico e dello scalo
ferroviario di Campi Flegrei con un attivo Dopolavoro, a pochi passi
dalla Bagnoli operaia delle acciaierie Italsider. In quel quartiere
cresce politicamente. Il padre lavora all’Azienda di Stato per i servizi
telefonici, la madre è casalinga.
«Nel 1973 il clima era molto teso», ricorda. «Da qualche mese i
socialisti erano usciti dal governo e il centrodestra era tornato al
potere. Ci furono manifestazioni in tutta Italia contro la politica di
aggressione portata avanti dal governo, come per esempio il fermo di
polizia». Studenti e pensionati restano vittime durante le
manifestazioni. In una, organizzata a Milano il 23 gennaio, dinanzi alla
Bocconi viene ucciso – da un colpo di pistola sparato da un poliziotto –
Roberto Franceschi. «Ci furono manifestazioni ovunque, e venne indetto
uno sciopero nazionale delle scuole e delle università dalla sinistra
extraparlamentare a cui parzialmente aderì anche la Fgci, almeno in
quelle realtà dove era più coinvolta nel Movimento, mentre in altre non
esitò a prenderne ufficialmente le distanze».
SI TEMEVANO PROVOCAZIONI. La palazzina dell’Asl, moderna, pulita
e ben tenuta è al centro di Salerno, a due passi dal vecchio stadio
Vestuti abbandonato nella stagione di gloria (la serie A) della squadra
di calcio locale per un impianto più grande e periferico. Nell’ufficio
del direttore sanitario, su una parete campeggia una cartina
dettagliatissima della città e dei centri abitati limitrofi. L’Azienda
conta cinque ospedali e otto distretti con numerosi poliambulatori
disseminati in 38 Comuni, un’estensione territoriale che si spinge a
Nord fino alla provincia Avellinese e a Sud fino al Cilento e al confine
con la Basilicata, abitata da circa mezzo milione di persone. Sul muro
dietro la poltrona di Vincenzo Caporale fanno bella mostra il colorato
«Calendario storico della Guardia di Finanza» e quello più austero dei
Carabinieri.
«La sera prima della manifestazione del 21 febbraio», racconta, «tenemmo
una riunione per decidere se dovevo o meno partecipare: circolavano voci
su possibili intimidazioni o provocazioni da parte della polizia e si
temeva che queste potessero essere mirate contro di me. Alla fine decisi
che sarei andato. Eravamo in 15 mila. Il raduno era a piazza Garibaldi,
davanti alla stazione centrale. Il corteo attraversò l’intero corso
Umberto, giunse in piazza Municipio per fermarsi in piazza Matteotti. Si
protestava contro l’uccisione di Franceschi e contro il fermo di
polizia. Non era previsto un comizio finale se non la lettura di qualche
comunicato e di una lettera di Mario Capanna. Una prima parte del corteo
era già arrivata a destinazione, un’altra stava passando dinanzi alla
Questura quando le jeep della polizia iniziarono una serie di caroselli
e il lancio di lacrimogeni. Fino ad allora non era successo nulla. A un
tratto, la polizia iniziò a caricare e non si limitò a disperdere i
manifestanti, ma inseguì gli studenti fin dentro i vicoli dei Quartieri
spagnoli. Io stavo a piazza Matteotti. Cercavo di recuperare il servizio
d’ordine e di mantenere la calma. Sulla scala della posta centrale io e
altri due o tre vedemmo arrivare un gruppetto di quattro o cinque
poliziotti e provammo a raggiungere l’ingresso del palazzo, ma fui
colpito alle spalle, caddi a terra carponi e mi colpirono alla testa.
Persi conoscenza».
UN MANOSCRITTO INCOMPIUTO. In seguito, con l’idea di scrivere un
libro sulle sensazioni che si affastellano nella mente di una persona
che è stata in coma profondo, Caporale ha più volte cercato di fissare
su carta quei momenti. Poi ha desistito e ha gettato il manoscritto.
«Ho un’immagine molto nebulosa dell’interno dell’ufficio postale e il
ricordo di un suono molto lungo. Probabilmente qualcuno mi ha tirato
dentro, qualcun altro deve aver fermato un automobilista che mi ha
trasportato al pronto soccorso. Il rumore forse era quello provocato
dalla macchina durante il tragitto. Come medico una spiegazione poi l’ho
trovata: si è trattato di un’amnesia retrograda dovuta al trauma
cranico. Poco dopo è arrivato mio padre. Il neurochirurgo gli disse che
l’unica possibilità di sopravvivenza era di sottopormi a un intervento
di decompressione cranica. Le condizioni erano disperate: ero in coma
profondo con un elettroencefalogramma quasi piatto. Colpito con il
calcio di un moschetto, ho avuto lo sfondamento della base cranica,
rottura della dura madre – due episodi rarissimi perfino negli incidenti
stradali – ematoma extradurale, contusione e lacerazione del cervelletto
e contusione del tronco encefalico. L’intervento sostanzialmente è
consistito nell’allargamento di questa breccia ossea per evitare che si
potesse determinare un’ipertensione endocranica tale da compromettere
ulteriormente un quadro già delicato; poi hanno proceduto alla
ripulitura del cervelletto dove c’erano pezzettini di cranio,
asportazione di materiale cerebellare – fortunatamente non mi è stato
asportato alcun nucleo cerebellare per cui il controllo delle funzioni è
rimasto anche se non avevo più né equilibrio né coordinamento, ero
atassico insomma. Oggi ho ventiquattro centimetri quadrati di cranio in
meno. Ero in respirazione automatica e dalla cartella clinica ho letto
che ho avuto anche un arresto cardiaco nelle prime 24 ore, e 48 ore dopo
mi fu praticata la tracheotomia».
Qualche lieve miglioramento sembra essere incoraggiante anche se
dovranno trascorrere un paio di settimane prima che il giovane studente
esca dal coma profondo e poi altre due ancora per vederlo riprendere
conoscenza. «Impiegai più di una giornata nel rendermi conto che la
persona che stava in quel letto ero io, che io ero Vincenzo Caporale e
che Vincenzo Caporale era lo studente che aveva partecipato alla
manifestazione. Associare me nel letto immobile alla mia identità e a
ciò che era avvenuto fu veramente difficile».
Il ragazzo ha il lato destro paralizzato e non riesce a muovere la
testa. I genitori di Vincenzo si danno un gran da fare per ottenere un
posto alla riabilitazione dell’ospedale Niguarda di Milano, all’epoca
uno dei pochi centri a cui erano annessi sia la rianimazione che la
neurochirurgia. «In aprile, con l’ambulanza mi portarono in aeroporto –
ero su una sedia a rotelle – e a Milano c’era ad accogliermi l’assessore
alla Sanità Carlo Tognoli (il sindaco era Aldo Aniasi). Qualche
settimana dopo riuscii a tenermi in piedi con il deambulatore. Alle sei
del mattino, alla sveglia nel reparto, mi facevo aiutare dagli
infermieri e cominciavo ad andare su e giù per i corridoi fino alle 9
quando apriva la palestra e affrontavo gli esercizi di riabilitazione».
Parla pacatemente, l’espressione è seria, ma senza pieghe di sofferenza.
La guarigione, col tempo, gli ha disteso il volto. «Facevo progressi e a
maggio mi dimisero: pesavo quaranta chili. Andai in convalescenza ad
Atena Lucana, il paese d’origine dei miei, in collina, al confine tra il
Salernitano e il Potentino, dove restai a lungo. Era un centro molto
tranquillo, ma non riuscivo a camminare in strada da solo e non potevo
girare la testa: se lo facevo perdevo l’equilibrio e spesso ero assalito
da atroci mal di testa che mi hanno tormentato per anni».
La posta centrale di Napoli ospita anche l’emeroteca Tucci, una delle
più antiche e fornite. Nell’articolo sulla manifestazione pubblicato in
prima pagina dal Mattino il 22 febbraio 1973 vengono riportate le
versioni contrastanti rese prima dal vicequestore e poi dal questore. Si
dice di un gruppo di manifestanti che si sarebbe avvicinato al
vicequestore e ad alcuni agenti rivolgendo loro «slogan offensivi» come
«polizia fascista» e che, quindi, «tutto lasciava presupporre che di lì
a poco li avrebbero aggrediti». «Si è sentito un colpo di pistola, forse
una scacciacani», giura invece il questore, «lo scoppio ha determinato
un clima di tensione tra i manifestanti che hanno iniziato una sassaiola
contro la polizia a cui gli agenti hanno risposto». Le testimonianze
ufficiali sono «diverse e contrastanti», scrive il cronista Ciro Paglia,
«ma», aggiunge, «da esse trapela che gli scontri potevano essere
evitati». In ospedale, con ferite lacero-contuse da manganello, finisce
anche Vincenzo Biancolillo, allora studente ventiquattrenne, oggi
medico. Le indagini vengono affidate al sostituto procuratore Italo
Ormanni.
«La maggior parte delle testimonianze fu resa spontaneamente», riprende
Vincenzo Caporale. «Persone che stavano nell’ufficio postale, ma anche
funzionari della Provincia, la cui sede è proprio in piazza Matteotti,
si recarono dal giudice per raccontare quanto era accaduto.
L’istruttoria fu chiusa con un non luogo a procedere solo perché non era
stato identificato l’ignoto agente di pubblica sicurezza che aveva
inferto il colpo con il calcio del moschetto. Subito dopo la sentenza,
intentai una causa civile contro il ministero dell’Interno per le
responsabilità oggettive. Ottenni un risarcimento danni di poche decine
di milioni di lire, sufficienti per coprire le spese sostenute dai miei
che, tra l’altro, mi avevano seguito a Milano nel periodo della
riabilitazione».
LE IDEE RESISTONO. Alla fine del 1974 il movimento studentesco
inizia a sfaldarsi, Caporale che ha ripreso gli studi (si laurea in
Medicina, si specializza in igiene e prevenzione) lascia il gruppo ma
porta avanti le sue idee. Lo fa successivamente anche nell’attività
professionale quando, assieme ai colleghi delle guardie mediche, crea un
sindacato e firma nel 1980 con il ministro della Sanità Aniasi, il primo
contratto di categoria. La tappa più recente di questo percorso lo vede
impegnato a realizzare nel 2004 con l’Asl 2 di Salerno il «Day-service»,
ossia la possibilità di effettuare nello stesso giorno e in una stessa
struttura tutti gli esami prescritti da un medico di base al paziente,
facendo in modo che la persona venga seguita da un sanitario che
verifichi e coordini in tempo reale la necessità e i risultati degli
accertamenti. «Non dobbiamo mai perdere di vista le persone, e
l’assistenza va continuamente ridisegnata secondo le necessità sociali»,
dice con un sorriso Vincenzo Caporale, sperimentando così nel
Salernitano un modello opposto alla concezione lombarda della corsa
all’aumento dell’offerta. Perché la meglio gioventù ha la pellaccia
dura...
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