|
|
|||
|
|
io non sono amleto. non recito più alcuna parte. cercando di recitare tutte le parti, mi trovo al di sopra o al di sotto delle parti. le mie parole non dicono più niente. i miei pensieri succhiano il sangue alle immagini. Il mio dramma. Il mio dramma non ha luogo Intorno a me vedo girare vorticosamente la scenografia. La scenografia rappresenta uno stadio. Lo stadio di una squadra che aveva acceso molte speranze. speranze andate deluse. Poi lo stadio è stato abbandonato, e, durante le rivolte sempre più frequenti, viene occupato da senza casa, giovani, collettivi politici e di artisti. Il mio dramma, se ancora dovesse aver luogo, dovrebbe avvenire nel periodo della ribellione. La rivolta – inizia - con una discesa sulla fascia. Interrotta. La panchina è inamovibile. Il laterale punta allora verso il centro, che è già troppo affollato. Scambi rapidi e violenti. Uno-due. Uomo contro uomo. Poi il caos si allarga, dal centro agli spalti. Dagli spalti ai dintorni dello stadio. Si formano vari cortei. Quando un corteo si avvicina a un ministero i poliziotti lo respingono. Sul balcone di un edificio governativo compare un uomo di mezza età con una divisa da calciatore e comincia a parlare alla folla. Quando lo colpisce la prima pietra si ritira dietro il vetro blindato di una finestra. Qualcuno comincia a disarmare i poliziotti; vengono assaliti una prigione una stazione di polizia un ufficio della polizia segreta. Il governo invia truppe e carri armati. Il mio posto, se il mio dramma dovesse ancor aver luogo, sarebbe su tutti i lati del fronte, tra i due schieramenti. Io me ne sto nella polvere e nel fumo bruciante dei lacrimogeni e tiro pietre su poliziotti, soldati, carri armati, vetri corazzati. Guardo attraverso la finestra con il vetro blindato la massa che avanza e nella massa che avanza vedo me stesso, con la schiuma alla bocca, scuotere il pugno contro di me che sto dietro il vetro blindato.
Io sono l’inviato di un grande quotidiano e me ne stavo tranquillo nel mio albergo irrompe un dimostrante con il fazzoletto sul volto che cerca di afferrarmi brandendo un giornale dove avevo scritto dimostranti teppisti terroristi io
sono il pacifista che cerca di bloccarmi mentre
guido il carro armato che
cerca di schiacciarmi ferito a terra dai colpi del mio manganello appendo per i piedi l’uniforme della mia carne. Io sono la macchina da scrivere; Stringo i nodi scorsoi quando vengo impiccato, tolgo lo sgabello, mi rompo l’osso del collo. Sono il mio prigioniero.
M’intervisto con obiettività partecipe. Riempio il computer con i miei dati. I miei ruoli son quelli del della
saliva e della sputacchiera, del coltello della ferita dello scudo, del
dente della gola della fotocamera, della corda del collo del sapone e
della lettera di sospensione. Io sono i bit della banca dati.
Il mio dramma non ha avuto luogo. I testi sono andati perduti. Gli attori hanno sbianchettato i loro volti. davanti a me cadaveri impestati, paglia imbottita, non muovono una mano. Vado a casa ad ammazzare il tempo.
|
||
|
|